Dalla nascita “in emergenza” a una rete nazionale di preghiera, formazione e azione
Nata alla fine del 2021, nel pieno di un clima che molti italiani hanno percepito come “emergenza permanente”, Liberi in Veritate si è definita fin dall’inizio come qualcosa di diverso da un semplice contenitore d’opinione: un comitato con un’identità cattolica tradizionale, una vocazione comunitaria e un obiettivo dichiarato di ricostruzione culturale e civile.
In quattro anni, questo percorso ha preso forma attorno a un metodo chiaro – preghiera, formazione, azione – e a una strategia altrettanto concreta: far nascere legami reali tra persone e realtà associative, radicare presìdi sul territorio, e portare nel dibattito pubblico proposte verificabili, fino a sperimentare la strada più impegnativa della partecipazione democratica: tre proposte di legge di iniziativa popolare.
Dalle origini: un’alleanza di associazioni e una “fondazione pubblica” nel 2022
Se la nascita viene collocata dal comitato “alla fine del 2021”, la prima grande presentazione pubblica arriva il 26 marzo 2022, a Villa d’Adda, presso la Comunità Shalom: un evento partecipato alla presenza di ben 500 presenti e pensato come avvio di un lavoro comune tra persone e associazioni.
In quella fase iniziale sono emersi già alcuni tratti destinati a restare: una visione “contro-corrente” rispetto al pensiero unico percepito, la centralità del diritto naturale e della dottrina sociale, e soprattutto l’idea di una comunità che non si limitasse alla denuncia, ma costruisse strumenti di presenza culturale e sociale.
Un metodo in tre parole: preghiera, formazione, azione
Liberi in Veritate ha esplicitato in modo netto la propria impostazione: agire nel campo culturale, spirituale e sociale attraverso tre assi portanti – preghiera, formazione, azione – e attraverso una rete capillare di relazioni personali e presìdi locali.
Questa scelta metodologica è tutt’altro che accessoria: è ciò che consente a un’esperienza nata “dal basso” di non esaurirsi in una stagione emotiva. Nel tempo, l’organizzazione si presenta come una comunità che cerca continuità: formazione di criteri, costruzione di legami, capacità di iniziativa.
Presìdi e collaborazioni: persone, ruoli, rete
Sul piano organizzativo, il comitato ha reso visibili i propri riferimenti e la propria squadra, indicando anche una rete di realtà fondatrici e collaborazioni. Nel racconto pubblico degli anni 2022-2023 hanno avuto un peso anche momenti di incontro nazionale: ad esempio la Giornata nazionale del 5 novembre 2022 a Palazzolo sull’Oglio, a testimonianza di un radicamento nell’area cattolica tradizionale e di una volontà di costruire “un popolo” più che un pubblico occasionale.
L’odierna battaglia di Liberi in Veritate
All’inizio del nostro cammino, la battaglia di Liberi in Veritate si è concentrata su temi molto specifici e immediati: la difesa della libertà personale contro il green pass, le restrizioni imposte sotto il pretesto della psico-pandemia e, soprattutto, contro le imposizioni vaccinali che hanno segnato uno dei momenti più bui della nostra contemporaneità. In quei mesi abbiamo visto un trionfo senza precedenti della consegna dei corpi delle popolazioni alle case farmaceutiche, un processo che ha trasformato la salute, che è un bene personale e inalienabile, in una merce e in uno strumento di controllo.
Questa battaglia iniziale non è stata affatto marginale: ha messo in luce una verità che molti ignoravano o non osavano dire ad alta voce.
È emersa con chiarezza la pericolosa connessione tra potere economico e potere politico, tra la capacità di imporre procedure mediche e la volontà di controllare la vita delle persone. Tutto questo è stato possibile perché la società si è lasciata guidare dalla paura, accettando progressivamente limitazioni che in altri tempi sarebbero state considerate inaccettabili.
Tuttavia, oggi riconosciamo con lucidità che quel fronte di lotta – pur essendo stato centrale e decisivo – era solo una parte di una battaglia molto più profonda.
La sfida che abbiamo davanti non riguarda più soltanto le misure emergenziali di una crisi sanitaria, ma la direzione verso cui l’umanità sembra essere spinta: una direzione in cui l’uomo, sempre più, esclude Dio dalla sua storia e dal suo progetto di vita; in cui l’ordine naturale e l’ordine del creato vengono progressivamente negati o addirittura invertiti; in cui la guerra, l’ingiustizia, la manipolazione delle coscienze e la mercificazione dell’esistenza umana diventano strumenti di potere legittimati dal consenso.
Oggi la nostra battaglia comprende:
- La denuncia della guerra come strumento di dominio politico ed economico, che sfrutta la sofferenza dei popoli e alimenta conflitti lontani dagli interessi delle stesse comunità;
- La critica al sovvertimento dell’ordine del creato, ovvero alla negazione della dignità dell’uomo come essere finito e volto verso il trascendente;
- La riaffermazione della centralità di Dio e della legge naturale, come fondamento etico insostituibile di ogni comunità umana sana;
- La difesa della libertà vera, non come astrazione, ma come diritto radicato nella verità dell’essere umano e nella sua apertura al Bene.
Questo ampliamento discende dalla piena consapevolezza che ogni singola ingiustizia nasce da una medesima radice: il rifiuto di Dio, l’esclusione del valore eterno nella costruzione delle leggi, delle relazioni sociali e delle gerarchie morali.
La nostra strada da qui in avanti non può limitarsi alle emergenze di ogni giorno
Perché tali emergenze sono spesso l’effetto, non la causa, del degrado culturale e spirituale in cui il mondo si trova. È necessario recuperare il senso ultimo dell’esistenza, ridare valore all’uomo come creatura e come figlio di Dio, e da lì ripartire per ricostruire una società che non si regga sulla paura, sulla sottomissione e sulla servitù, ma sulla Verità, sulla libertà intesa come responsabilità e sulla pace che nasce solo dal vero Bene comune.
Le tre proposte di legge di iniziativa popolare: un banco di prova nazionale
Da questa consapevolezza – che la ricostruzione non nasce dalla reazione alle emergenze, ma dal ritorno alla Verità che rende liberi – è maturata anche una scelta di metodo: trasformare l’indignazione in cammino, la denuncia in comunità, l’analisi in iniziativa concreta. Preghiera, formazione, azione non è rimasto uno slogan: è diventato un criterio operativo, capace di reggere nel tempo e di generare legami reali tra persone, famiglie, presìdi locali e realtà associative.
È così che, negli anni, Liberi in Veritate ha provato a misurarsi con una delle vie più faticose ma anche più feconde della presenza pubblica: non limitarsi a “denunciare”, ma costruire strumenti.
In questo quadro si colloca anche il passaggio – impegnativo e simbolico – delle iniziative popolari, pensate come banco di prova nazionale: non solo per ottenere firme, ma per rimettere in moto un popolo, far emergere relazioni, riportare nel dibattito temi che molti avvertivano come sempre più “indicibili”.
Le tre proposte hanno toccato, in sintesi, alcuni nodi ritenuti decisivi dal comitato: la difesa della libertà concreta nelle scelte quotidiane (anche economiche, come nel tema del contante), la tutela della sussistenza e della responsabilità familiare (come nel tema dell’autoproduzione del cibo), e il primato educativo dei genitori di fronte a percorsi formativi percepiti come ideologici (in particolare sul fronte dell’educazione affettiva e antropologica).
Al di là dell’esito formale – e al netto delle inevitabili fatiche organizzative – quel passaggio ha avuto un significato più profondo: ha mostrato che esiste una disponibilità reale a mettersi in gioco, a uscire dall’isolamento, a sostenere un lavoro capillare sul territorio, a reggere la continuità.
Perché, in fondo, ciò che conta non è soltanto “arrivare” a un risultato istituzionale, ma riaprire spazi di responsabilità: persone che si conoscono, si formano, pregano insieme e poi agiscono; comunità che smettono di essere spettatrici e tornano a essere soggetti; movimenti che non si consumano in una stagione emotiva, ma imparano la pazienza delle opere, la disciplina dell’organizzazione, la fedeltà nel tempo.
Guardare avanti avendo radici più forti
In questa identità cattolica tradizionale c’è un punto che merita di essere detto con chiarezza: Liberi in Veritate non nasce per “inventare” un cattolicesimo nuovo o adattato ai tempi, ma per restare ancorata alla fede di sempre, nella continuità della Tradizione e del Magistero perenne della Chiesa. La preghiera, la formazione e l’azione, infatti, non sono tre parole generiche, ma un cammino che trae forza da radici precise: la centralità di Dio, la vita sacramentale, l’ordine naturale riconosciuto come riflesso dell’ordine del creato, e quella sapienza cattolica che attraversa i secoli senza piegarsi alle mode ideologiche. È questa aderenza alla Tradizione – come criterio di giudizio e come sorgente di vita – che vuole custodire l’esperienza del comitato, perché solo ciò che ha radici profonde può resistere nel tempo e generare opere buone.
È con questa intenzione che, alle soglie del quinto anno, Liberi in Veritate guarda avanti parlando di radici più forti: non un attivismo senza fondamento, ma un’azione pubblica che poggi su una formazione solida, su una visione chiara dell’uomo e della legge naturale, su una vita spirituale che non sia un corredo privato ma la sorgente stessa dell’impegno. Da qui anche la scelta di consolidare collaborazioni e percorsi culturali, per unire sempre più “fondamento e azione”, evitando che la testimonianza si riduca a reazione o a commento.
Quattro anni dopo una nascita “in emergenza”, il punto allora diventa semplice e radicale: o i cattolici tornano a fare popolo, oppure resteranno un arcipelago di iniziative isolate, frammentate e fragili. O si costruiscono reti vere, presìdi stabili, formazione condivisa e iniziative comuni, oppure le emergenze – di qualunque tipo – continueranno a imporre agenda, linguaggio e paure.
Per questo la chiamata, oggi, non riguarda una sigla sola. Riguarda tutti.
Riguarda ogni movimento, associazione, comunità, gruppo parrocchiale, famiglia che non vuole arrendersi all’idea di una fede confinata in sacrestia. È tempo di riconoscersi, di stimarsi, di convergere sull’essenziale: la centralità di Dio, la dignità della persona, la verità sull’uomo, la libertà come responsabilità, il bene comune come orizzonte reale.
Se vogliamo una società che non viva di ricatti morali e di paure, dobbiamo ricominciare dal principio che non passa mai: pregare davvero, formarsi seriamente, agire insieme. Non domani. Adesso. Con umiltà, con fortezza, con perseveranza. Perché la Verità non è un’idea da difendere: è una vita da testimoniare. E la libertà non è uno slogan da rivendicare: è un popolo da ricostruire.
Per tutto questo oggi occorre andare avanti.




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