di Domenico Romaniello
Ci sono libri che si leggono e si ripongono in una libreria. Ce ne sono altri che, quasi senza accorgercene, continuano invece a lavorare dentro di noi dopo che abbiamo voltato l’ultima pagina. Chi si aiuta Dio l’aiuta. Brevi riflessioni per la sopravvivenza (cattolica) di don Samuele appartiene, a mio giudizio, a questa seconda categoria.
È un libro apparentemente semplice, costruito attraverso brevi capitoli, aneddoti, richiami alla vita quotidiana, personaggi conosciuti, santi, uomini di cultura e figure persino tratte dal cinema e dalla televisione. Eppure, dietro questa apparente leggerezza, si avverte continuamente una domanda ben più profonda: come può un cristiano rimanere veramente cristiano dentro il mondo di oggi? Come può custodire la propria anima, la propria capacità di stupirsi, di pregare, di distinguere il bene dal male, di cercare la Verità, mentre tutto intorno sembra concorrere a distrarlo?
Non casualmente il volume si presenta come una sorta di piccolo vademecum per non smarrirsi in un mondo “sottosopra”. Ed è proprio questa, forse, la sua caratteristica più riuscita: non propone una spiritualità astratta o irraggiungibile, ma riconduce continuamente il lettore dalla dottrina alla vita e dal Vangelo alla quotidianità.
Durante la lettura mi è tornata più volte alla mente una riflessione di Benedetto XVI che ricordava come i santi costituiscono il commento più importante del Vangelo, una sua realizzazione nel quotidiano. È un’immagine di straordinaria profondità, perché ricorda che il Vangelo non è soltanto un testo da leggere, studiare o meditare: è una Parola vivente che domanda di diventare carne, gesto, scelta, comportamento, vita. I santi sono precisamente questo: il Vangelo diventato vita. E non bisogna pensare soltanto alle grandi figure che la Chiesa ha elevato agli altari, ai mistici, ai martiri, ai fondatori di ordini, agli uomini e alle donne protagonisti di vicende straordinarie. Benedetto XVI ricordava infatti anche che la santità non costituisce “un privilegio per pochi”, ma rappresenta la vocazione comune di ogni battezzato. La strada verso la santità passa dunque anche attraverso la normalità, talvolta persino attraverso quella quotidianità apparentemente insignificante nella quale ciascuno di noi trascorre la maggior parte della propria esistenza. È proprio questa consapevolezza che alcune pagine del libro di Samuele Pinna sembrano continuamente risvegliare. Accanto ai grandi santi esiste infatti una moltitudine silenziosa di uomini e donne dei quali probabilmente non conosceremo mai la storia. Persone che non compiono gesti clamorosi, che non lasceranno biografie, che forse non saranno ricordate oltre la cerchia di coloro che le hanno conosciute, ma che santificano la propria esistenza attraverso la fedeltà alle piccole cose. Sono il padre che porta senza lamentarsi il peso della propria famiglia; la madre che continua ad amare nel sacrificio; il figlio che assiste con pazienza un genitore anziano; il lavoratore che rimane onesto quando sarebbe più conveniente non esserlo; chi perdona pur avendo ricevuto un torto; chi custodisce una persona fragile; chi offre silenziosamente la propria sofferenza; il sacerdote che celebra la Santa Messa davanti a poche persone con la medesima cura e devozione con cui la celebrerebbe davanti a una cattedrale gremita. Sono, potremmo dire, i santi che vivono accanto a noi. Forse ne incontriamo continuamente senza riconoscerli. Ed è questa una delle intuizioni spiritualmente più feconde che la lettura del libro lascia: imparare nuovamente a guardare. Perché la santità non consiste necessariamente nello straordinario, ma molto spesso nello straordinario modo di vivere l’ordinario quando esso viene offerto a Dio.
Le vite dei santi diventano così la dimostrazione concreta che il Vangelo è possibile. Non una teoria sublime ma irrealizzabile, non un ideale riservato a pochi spiriti eccezionali, bensì una forma possibile dell’esistenza umana. I santi, allora, non allontanano il Vangelo rendendolo irraggiungibile. Al contrario, ce lo avvicinano. Ci mostrano che tra la pagina evangelica e la nostra vita quotidiana esiste una strada percorribile. E alcuni di coloro che la stanno percorrendo, forse, sono proprio accanto a noi.
Uno degli aspetti più belli del libro è proprio questa continua riconduzione della fede alla concretezza. Anche quei passaggi che potrebbero sembrare quasi un “galateo ecclesiastico” assumono allora un significato molto più profondo. Non si tratta semplicemente di sapere quando stare in piedi o in ginocchio, come comportarsi durante una celebrazione, quale significato abbiano i canti o come disporsi interiormente a ricevere l’Eucaristia. Sarebbe poca cosa se tutto si riducesse alla correttezza formale. Dietro il gesto c’è qualcosa di infinitamente più grande: la consapevolezza di Chi abbiamo davanti. Quando si comprende davvero ciò che accade durante la celebrazione eucaristica, cambia inevitabilmente anche il modo di entrarvi. Il canto non è più un accompagnamento musicale; il silenzio non è un intervallo vuoto; l’altare non è un semplice elemento architettonico; l’Ostia consacrata non è un simbolo tra gli altri. Ed è forse proprio qui che alcune pagine del libro lasciano il lettore più stupito: fanno comprendere quanto ancora poco sappiamo di ciò che pure abbiamo sotto gli occhi da una vita. Da questa scoperta nasce un desiderio ulteriore. Sapere di più. Capire di più. Entrare più profondamente nel Mistero. È una sete che, anziché essere placata dalla conoscenza, sembra aumentare. Credo infatti che esista oggi una immensa sete di spiritualità vera. Paradossalmente, essa cresce proprio mentre la società sembra fare di tutto per allontanarsi da Dio. Abbiamo moltiplicato le possibilità di comunicazione e aumentato la solitudine. Abbiamo accesso immediato a una quantità sterminata di informazioni e facciamo sempre più fatica a distinguere ciò che conta da ciò che è irrilevante. Possiamo raggiungere in pochi secondi persone dall’altra parte del mondo, eppure rischiamo di non conoscere più chi vive accanto a noi. Soprattutto, abbiamo progressivamente eliminato il silenzio. E senza silenzio diventa difficile ascoltare. Senza ascolto diventa difficile interrogarsi. Senza domande profonde, diventa quasi impossibile avvertire la nostalgia di Dio. Eppure quella nostalgia rimane. Può essere coperta dal rumore, dall’intrattenimento, dal lavoro, dal consumo, dalle notifiche, dall’ansia di apparire; può essere confusa con mille altri desideri. Ma continua ad abitare il cuore dell’uomo. Sant’Agostino lo aveva compreso diciassette secoli fa: il cuore dell’uomo resta inquieto finché non riposa in Dio. Il problema del nostro tempo non è quindi, forse, che l’uomo non abbia più sete. È che non riconosce più la propria sete.
A questo punto occorre soffermarsi anche sulla forma scelta dell’Autore. Il libro – a cura di Federica Favero e con la Presentazione di Francesco Fontana, Presidente di Iustitia in Veritate che ha patrocinato la pubblicazione (Multiverso Edizioni, Mazara del Vallo [TP] 2024) – procede attraverso piccoli capitoli, riflessioni rapide, episodi, richiami, immagini e personaggi. È possibile leggerlo dall’inizio alla fine, ma è possibile anche aprirlo quasi casualmente e soffermarsi su poche pagine. La stessa presentazione del volume suggerisce questa duplice possibilità: lettura continua oppure lettura “per pillole”. Questa struttura potrebbe sembrare soltanto una scelta stilistica, ma è invece particolarmente adatta al nostro tempo: viviamo infatti in un mondo ormai “liquidissimo”, nel quale persino l’attenzione è diventata liquida. Siamo passati dal libro al post, dal post al tweet, dal tweet al reel di pochi secondi. La nostra giornata viene spezzettata da notifiche, messaggi, immagini, suoni, sollecitazioni continue. E ciò riguarda gli adulti, ma in maniera ancora più preoccupante giovani e giovanissimi. Si potrebbe parlare, naturalmente tra virgolette, di una sorta di “nuova conformazione cerebrale”: non nel senso ingenuamente anatomico dell’espressione, ma nel senso di un’abitudine mentale progressivamente educata alla frammentazione, alla risposta immediata, alla novità continua. Non è più soltanto difficile trovare il tempo per leggere un libro. Per molti sta diventando difficile restare dentro un pensiero. Leggere significa invece fermarsi. Significa concedere a qualcun altro alcuni minuti della nostra attenzione senza interromperlo. Significa accettare che una frase non abbia immediatamente un’immagine, un video, un suono o una ricompensa. Significa, in ultima analisi, esercitare una forma di libertà.
Guardando tutto questo con gli occhi della fede, torna inevitabilmente alla mente la parabola evangelica della zizzania. Il demonio, quando semina, non ha necessariamente bisogno di convincerci esplicitamente che Dio non esiste. A volte gli basta qualcosa di molto più semplice: fare in modo che non abbiamo più il tempo di pensarci. Non occorre necessariamente togliere il Vangelo dalle nostre case se nessuno trova più la concentrazione per leggerlo. Non occorre impedire la preghiera se ogni momento di silenzio viene immediatamente riempito da uno schermo. Non occorre cancellare le grandi domande se si riesce a fare in modo che l’uomo non rimanga mai solo abbastanza a lungo da porsele. In questo senso si può dire – spiritualmente – che la zizzania sia stata seminata con straordinaria efficacia. È proprio qui che il taglio rapido del libro di don Samuele acquista, paradossalmente, un valore quasi pedagogico: utilizza la brevità del nostro tempo non per impoverire il contenuto, ma per ricondurre attraverso la brevità alla profondità. Il capitoletto termina presto; il pensiero che ha acceso, invece, può accompagnarti per l’intera giornata.
C’è poi una sensazione particolare che accompagna alcuni libri. Hermann Hesse, parlando della lettura, scriveva che il buon lettore cerca di conoscere “l’indole e il modo di pensare” dell’autore e, se possibile, di “farselo amico”. È un pensiero bellissimo. Perché un vero libro non ci mette in rapporto soltanto con delle idee: ci mette in rapporto con una persona. Pagina dopo pagina cominciamo a intuire ciò che l’autore ama, ciò che lo fa soffrire, ciò che lo indigna, ciò che lo diverte, ciò in cui crede veramente. Entriamo, con discrezione, in qualche stanza della sua interiorità. E arrivati alla fine di Chi si aiuta Dio l’aiuta nasce effettivamente qualcosa di simile. Nasce il desiderio di conoscere meglio don Samuele, di comprenderne ancora più profondamente il pensiero e – perché no – di farselo amico. Perché attraverso le sue pagine non passa soltanto una dottrina: passa una sensibilità sacerdotale, una precisa idea dell’uomo, della Chiesa, del bene e, soprattutto, di Dio. E talvolta si ha davvero la percezione che certe parole siano state, prima ancora che pensate, pregate.
Terminato il libro, ciò che resta non è tanto la memoria di un singolo episodio; resta un atteggiamento. Resta il desiderio di guardare con maggiore attenzione una celebrazione eucaristica; di comprendere meglio una preghiera che magari recitiamo da decenni; di chiederci perché la Chiesa compia un determinato gesto; di leggere la vita di un santo; di osservare meglio le persone che ci circondano. Resta, soprattutto, la domanda più importante: quanto spazio sto realmente lasciando a Dio nella mia vita? Ed è questa, a mio giudizio, la morale più profonda del libro. Il titolo Chi si aiuta Dio l’aiuta non va inteso come l’esaltazione autosufficiente dell’uomo che salva sé stesso. È quasi il contrario: Dio ci precede, ci accompagna, ci chiama, ci sostiene con la Grazia; ma domanda la libertà della nostra risposta. Il Cristianesimo, infatti, non è passività; è una continua ricerca: è bussare, tornare a pregare, entrare in una chiesa quando non c’è nessuno e rimanere qualche minuto in silenzio, imparare nuovamente a riconoscere il sacro. E forse occorre anche guardarci intorno con maggiore attenzione, perché accanto a noi potrebbe esserci uno di quei santi sconosciuti che Dio ha disseminato nella storia senza che nessuno scriva il loro nome su un calendario.
Il nostro mondo ha disperatamente bisogno di tutto questo. Le guerre, la violenza, l’odio, la brutalità, la solitudine, il disprezzo della vita, l’incapacità di ascoltarsi e persino di riconoscersi reciprocamente come uomini ci mostrano ogni giorno che il progresso tecnico, da solo, non salva l’uomo. Siamo diventati tecnologicamente potentissimi e spiritualmente poverissimi. Possiamo infatti conoscere tutto ciò che accade nel mondo ma ignoriamo completamente ciò che accade dentro di noi.
Per tutto questo abbiamo bisogno di libri come quello di don Samuele Pinna. Talvolta basta una piccola scintilla per riaccendere un fuoco che sembrava spento. Che si riaccenda allora questa sete di spiritualità e di Verità. E impariamo nuovamente a riconoscere i santi che Dio mette sulla nostra strada: quelli straordinari che la Chiesa ci indica da secoli e quelli sconosciuti e silenziosi che abitano ancora le nostre case, le nostre parrocchie, i nostri luoghi di lavoro. È questa la più bella “sopravvivenza cattolica” di cui parla il titolo: non limitarsi a sopravvivere come cristiani, ma tornare ad avere fame e sete di Dio. E quando un libro riesce, anche soltanto per qualche pagina, a farcela sentire di nuovo, ha già raggiunto uno dei risultati più alti cui uno scritto di spiritualità possa aspirare.


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